mercoledì 18 dicembre 2013

Coltivare e condividere. La silenziosa rivoluzione delle sementi

Anche quest'anno migliaia di persone hanno affollato e reso davvero bella la giornata dedicata alla biodiversità, allo scambio sementi, alle auto produzioni.. al coltivare sano e sostenibile. Il successo di CHIAMATA A RACCOLTO ha reso visibile il grande interesse che c'è per questo modo di avvicinarsi alla Terra
Un fare rispettoso che ripudia la chimica di sintesi, che ha a cuore biodiversità e fertilità del suolo e non pensa solo al "massimo profitto e alla massima resa" come vorrebbe la politica agricola comunitaria e certi "imprendotori agricoli" che vogliono "sfruttare la terra"
Prima di guardare a un 2014 che ci richiederà un forte impegno e mobilitazione per dire NO agli OGM (coltivati e somministrati) e per difendere la libertà di auto prodursi le sementi (contro ogni forma di brevetto e controllo dei semi)..
il"rifiuto non riciclabili prodotto
guardiamo ancora una volta alla riuscitissima giornata del 24 novembre a Felte(BL).. proponendo un breve video..qualche foto e uno scritto davvero molto bello e chiaro di Maria Fiano (pubblicato su Ecomagazine) e a noi dedicato
Ricordiamo che durante CHIAMATA A RACCOLTO (iniziativa totalmente auto finanziata dal gruppo coltivare condividendo) è stato prodott solo un sacchetto di rifiuto secco nn reciclabile (nonostante le migliaia di persone presenti) e proposti assaggi vegetariani/vegani e non alcoolici 





Coltivare e condividere. La silenziosa rivoluzione delle sementi

di Maria Fiano – Da più di 50 anni l’industria delle sementi ha elaborato semi altamente produttivi e compatibili con le più moderne tecniche di meccanizzazione: semi standardizzati “uniformi e stabili” come precisa la Comunità Europea nelle sue norme per regolamentare la registrazione delle varietà e la loro vendita. Attualmente circa il 75% di questi “ibridi” e “super ibridi” appartengono a 5 multinazionali che ne gestiscono la vendita.
Queste varietà infatti sono concepite per essere acquistate e seminate. E poi riacquistate. Anno dopo anno si impoveriscono, quando non sono addirittura sterili, e quindi non possono essere ri-seminate.

 Le sementi antiche. Lontane dalla logica della massima resa e del massimo profitto che accompagna le sementi brevettate e conformi ai criteri DUS (distinte, uniformi e stabili), le cosiddette varietà “antiche”, al contrario, possono rigenerarsi nel tempo ed essere ricoltivate. Vengono da molto lontano, cercate e recuperate da contadini sapienti e da associazioni e gruppi informali, queste varietà sono state tramandate di generazione in generazione assieme al loro patrimonio genetico e di conoscenze legate al terreno e alle sue pratiche di coltivazione.
Il recupero di queste varietà, sottolinea il gruppo feltrino ColtivarCondividendo, non ha nulla a che fare con un rapporto nostalgico con la terra, al contrario: recuperare queste sementi, scambiarle ed imparare ad autoprodurle significa, di fatto, tutelare il patrimonio di biodiversità di un territorio. In quel termine «antico» sta infatti tutta la forza della conoscenza contadina: dal rispetto e dalla tutela del territorio (ad esempio escludendo la chimica di sintesi nella coltivazione, ripristinando la fertilità della terra…) alla qualità dei prodotti coltivati, e tutta la forza dell’adattabilità di queste sementi a terreni e climi diversi.

Il nodo. L’agricoltura di oggi (quella che definiamo “convenzionale”) è di fatto un settore industriale in termini di dipendenza alla chimica di sintesi e al petrolio. Le sementi standardizzate, elaborate in laboratorio, sono concepite per essere altamente produttive e adattate ai metodi e ai tempi dell’agricoltura meccanizzata: così le piante maturano tutte nello stesso momento per essere raccolte in tempi stabiliti, inoltre, per facilitarne la raccolta e la vendita, i frutti di queste varietà sono molti simili per dimensioni e qualità. Altamente produttive, queste sementi hanno però maggior bisogno di prodotti legati alla chimica di sintesi: fertilizzanti, pesticidi, erbicidi vengono così ogni anno acquistati in una sorta di pacchetto completo, assieme alle sementi.
In gioco ci sono quindi: fertilità del terreno (e quindi allarme idrico, ad esempio, improduttività…) e qualità di quello che mangiamo. Riportiamo solo alcuni dati: 12 stati europei, tra cui l’Italia, presentano aree consistenti soggette al degrado del suolo, cioè alla sua progressiva desertificazione che nulla ha a che vedere con l’avanzata del deserto ma si riferisce proprio alla perdita di capacità della terra di far crescere colture.  La qualità del cibo che mangiamo sta peggiorando, ad esempio il valore proteico del grano di oggi è diminuito del 15%, rispetto a quello che mangiavano i nostri nonni.

La rivoluzione silenziosa. Un lungo e appassionato lavoro di ricerca sta accompagnando il recupero, la conservazione e la diffusione di varietà di semi destinate alla scomparsa, non registrabili e quindi non commerciabili, e dichiarate “illegali”. Nel territorio feltrino, dove si è organizzato il gruppo di ColtivarCondividendo, sono state recuperate oltre 40 varietà di fagioli: coltivate, riprodotte e scambiate da questi contadini trasformati in custodi sapienti e consapevoli della biodiversità.
Scambiarsi sementi e conoscenze, incontrarsi e fare rete, quindi, per confrontarsi su tecniche di coltivazione nel’impegno condiviso di lottare per una maggiore sicurezza alimentare e per una maggiore tutela del territorio. La “Chiamata a raccolto” promossa da ColtivarCondividendo si attesta come il più importante incontro a livello nazionale di scambio di semi che vede, ogni anno, partecipazione di migliaia di persona da diverse parti di Italia e non solo. Una rivoluzione silenziosa, quindi, che si gioca attorno ai semi in quanto incarnano la diversità biologica e culturale di un territorio, e in quanto, nella possibilità e potenzialità del loro scambio, rappresentano non solo il nostro passato ma la possibilità concreta della produzione futura.

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